Il circolo ARCA Foto Spazioimmagine di Firenze nel corso della XXVI Rassegna del Diaporama ha il piacere di ospitare due mostre di particolare rilevanza.

La prima mostra dal titolo “Istantanea[mente]” di Silvano Monchi e Sabina Broetto è la sintesi di un libro creato per la fusione dei comuni di Figline e Incisa Valdarno, su commissione dell’amministrazione comunale. La sfida per la creazione di questa opera era difficile, perché sulla rappresentazione di questi territori si erano già espressi autori del calibro di Gianni Berengo Gardin e del suo maestro e amico Paolo Monti.

L’idea originale che ha permesso agli autori Silvano Monchi e Sabina Broetto di confrontarsi senza timori reverenziali nei confronti dei due grandi maestri della fotografia è stata quella di produrre ed elaborare le immagini direttamente su telefonino, creando una singolare analogia con il formato polaroid.

La saturazione e la nitidezza delle immagini prodotte con questo semplice ma sempre più efficace dispositivo si è rivelata comunque molto valida, mentre i luoghi sono stati rappresentati con un occhio esperto e attento, valorizzando la scelta del formato quadrato delle immagini.

La mostra di Sabina Broetto “Di fantasia in poesia” invece affascina per altri motivi. L’autrice si esprime con una non semplice modalità espressiva, quella dell’autoritratto, per certi versi una modalità espressiva non facilmente affrontabile da tanti fotografi, specialmente in un modo così continuativo come avviene nelle opere di Sabina.

Già il titolo la mostra prefigura l’aspettativa di un percorso che non viene disattesa dalla sequenza di immagini proposta, di un corpo che come una crisalide nascosta da un velo piano piano si squarcia e lascia intravedere sempre più chiaramente il suo interno. Le fotografie sono poste su uno spesso supporto che è fasciato da sacchetti di plastica grigi, stropicciati. Sullo stesso supporto, e su pezzi di carta a loro volta sgualciti, intramezzate alle fotografie l’autrice ha posto delle proprie poesie.

Tutto l’insieme della presentazione è teso a svelare poco a poco l’animo dell’autrice, generando un impatto visivo ed emozionale importante per una opera molto intima e personale.

Ma andando oltre i tecnicismi, seppur come dicevo originali e pregevoli, la chiave di lettura che mi ha particolarmente colpito nel vedere affiancate queste due mostre è il fil rouge che le unisce, una variazione del tema comune che riguarda l’identità.

La prima mostra “Istantanea[mente]” infatti sottolinea e richiama il concetto di identità di luogo. Quante volte davanti a un luogo che preferiamo, lo sentiamo particolarmente familiare e ci sentiamo a ns. agio? E’ a partire dagli anni ’70 che alcuni studiosi introdussero il concetto di place identity, una teoria psicologica che rimanda “a quelle dimensioni del SE’ che definiscono l’identità personale dell’individuo in relazione all’ambiente fisico attraverso un complesso sistema di idee, credenze, preferenze, sentimenti, valori e mete consapevoli e inconsapevoli unite alle tendenze comportamentali e alle abilità rilevanti per tale ambiente” (Proshansky 1983 p.155).

In altre parole, questi autori ipotizzano che una parte della nostra identità sia legata ai luoghi di cui abbiamo esperienza, e che generano quindi un vero e proprio legame di attaccamento agli stessi.

I luoghi rappresentati della mostra sono quindi sicuramente maggiormente significativi per chi più da vicino li riconosce e li ha familiari. In tal senso il libro realizzato con il contributo della comunità locale, e quindi la mostra, appare una operazione particolarmente efficace e ben riuscita.

La mostra di Sabina Broetto richiama un concetto di identità più “tradizionale”. Una introspezione arricchita con il linguaggio della poesia e quindi maggiormente vicina all’anima dell’autrice, che riesce con una rappresentazione originale a farci scoprire una anima graffiata, stropicciata, piena di cicatrici ma che desidera con forza schiudersi allo spettatore, seppur mantenendo un velo di rispettosa distanza.

Due mostre quindi solo apparentemente tra loro distanti, ma che parlano di due facce dell’identità, che è certamente alla base della narrazione e della fotografia.

Andrea Moneti – Ottobre 2013

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